MA PERCHE’ IL DOLLARO E’ SCESO?

Sicuramente uno dei fattori che ha determinato la spinta al ribasso delle quotazioni del dollaro va ricercato nella crescita del prezzo del petrolio che nell’arco degli ultimi 18 mesi e’ aumentato di oltre l’80% arrivando a raggiungere i 150 dollari per barile. Un altro elemento che ha agevolato l’andamento ribassista puo’ essere individuato nella dinamica dei tassi USA. La FED nel tentativo di difendere il potere d’acquisto del biglietto verde e frenare spinte inflazioniste ha continuamente tagliato i tassi di interesse fino a giungere a rendimenti prossimi al 2% scoraggiando di fatto gli investitori stranieri e accelerando il processo di ribasso.

La diminuzione della valuta americana negli ultimi 5 anni e’ stata sensibile (-50%), così come il suo deprezzamento nei confronti dell’Euro e potrebbe non essere terminata!

Molti operatori, così come molti economisti si aspettano una inversione di tendenza. A sostegno di questa convinzione (o speranza?) viene sottolineata la sottovalutazione del biglietto verde tenendo conto del suo effettivo potere d’acquisto in raffronto all’analogo potere per l’euro. Un secondo fattore che dovrebbe avvalorare questa previsione sarebbe rappresentato dal fatto che si ritiene raggiunto il livello minimo del differenziale tra tassi Usa e tassi europei. Infine ci si attende una fase che dovrebbe vedere una brusca frernata dell’econia di Eurolandia in presenza di una leggera graduale ripresa di quella americana.

Recentemente Mario Deaglio su un quotidiano asseriva che alla base dei grandi mutamenti degli equilibri del sistema economico mondiale vi sono almeno tre fattori. Il primo e’ costituito da una moltitudine di nuovi consumatori che si sta affacciando sul mercato con una domanda alimentare di base, in particolare di cereali quali non si era mai vista. Si tratta di almeno un miliardo di persone che nel breve periodo sono destinati a raddoppiare creando effetti a catena difficili da immaginare.

Un secondo aspetto e’ costituito dal fatto che da Cina, India e Sud America promana una enorme domanda di energia e di petrolio. Anche se questo stimolera’ la ricerca di nuove fonti e nuovi giacimenti, cio’ non sara’ sufficiente per limitare gli effetti che tale domanda avra’ necessariamente sui livelli dei prezzi.

Infine il dollaro sta perdendo gradualmente la sua centralita’ ed e’ sempre meno moneta esclusiva per le transazioni internazionali e come riserva di valore.

D’altra parte un’altra corrente di pensiero, sostenuta da molti analisti ed esperti dei mercati valutari sostengono invece che la crisi del dollaro stia volgendo al termine, anche se la sua ripresa sara’ molto piu’ lenta e graduale di quanto non sia stata la sua caduta.

Ancor piu’ probabili sono queste previsioni, per così dire positive, quanto piu’ si sposta in avanti l’orizzonte temporale. Un mio convincimento e’ che il corrente anno vedra’ un assestamento del rapporto euro/dollaro intorno a valori tra l’ 1,40 e l’ 1,50 e forse anche meno. Queste considerazioni si basano sulla fiducia nelle capacita’ di recupero del mercato americano. Il dollaro debole, qualcuno ha detto (ed io condivido) puo’ anche essere una buona valvola di sfogo per l’economia Usa che ne pu’ approfittare per migliorare la sua bilancia commerciale e saranno proprio gli Usa che saranno il primo Paese a ripartire, quando sara’ il momento.

Il barometro che credo possa fornire una chiave di lettura per cercare di formulare previsioni apprezzabili sull’andamento dei mercati in Eurolandia, dovrebbe proprio essere l’osservazione della risposta americana alle difficolta’ di questi prossimi mesi.